Nucleare italiano: è davvero un affare o piuttosto un triplo salto mortale carpiato con avvitamento?


In mezzo a tante parole e salti più o meno mortali con e senza avvitamento, cerchiamo di chiarirci più possibile le idee sul nucleare. Costi, sicurezza, convenienza economica e rischi ambientali sono solo alcune delle domande possibili. 

Giappone o non Giappone, proviamo a fotografare la situazione.

 

Come ormai probabilmente avranno capito pure le pietre, le centrali nucleari più o meno nuove possono risentire di eventi sismici di una certa intensità siano essi terremoti o maremoti. Secondo la Protezione Civile e l’Unione europea, l’Italia è uno dei paesi a maggior rischio sismico nel Mediterraneo. Questo è dato dal fatto che, trovandosi esattamente nella zona di convergenza tra la zolla africana e quella eurasiatica, le spinte compressive siano particolarmente intense e producano accavallamenti di roccia.
Un rischio relativo? Beh, dipende dal concetto…Soltanto nel ventesimo secolo infatti, in Italia si sono verificati circa 7 terremoti con magnitudo pari o superiore a 6,5 ed il 40% della popolazione vive in zona ad elevato rischio sismico.

Ora, la domanda è: forse una centrale nucleare potrebbe resistere ad una scossa di quell’entità ma siamo sicuri che l’Italia sia il posto migliore per costruirne? Ah, Trieste, Monfalcone e Krsko (Slovenia, la cui centrale è entrata in funzione nel 1983) sono assolutamente compresi nell’area. L’unica zona italiana per ora salva dai movimenti della terra di cui abbiamo già parlato è la Sardegna che, come vedete nella foto a fianco, si trova al di fuori della zona di convergenza. Per non parlare di un potenziale attacco terroristico lanciato contro una centrale nucleare: se gli aerei dell’11 settembre stati lanciati contro un obiettivo simile vi sarebbe stata un’esplosione molto simile a quella giapponese.

Negli ultimi quarant’anni infatti il rapporto tra i danni prodotti dai terremoti e l’energia rilasciata è molto squilibrato a sfavore dell’Italia.
Per fare un esempio, il terremoto avvenuto in Umbria e Marche nel 1997 ha prodotto danni paragonabili a quello del terremoto avvenuto in California nel 1989 nonostante l’energia scatenatasi nel nostro caso fosse circa 30 volte inferiore.
Per farvi un’idea della situazione, date un’occhiata 
qui.

In Italia peraltro, nel 2001 viene pubblicato il così detto Rapporto Barberi edito da UTET ufficialmente intitolato Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia” che mette in luce tutti gli edifici pubblici a rischio in caso di terremoto in ben sette regioni italiane. Vedere il video qui a fianco, per credere.ltra cosa da considerare è il fattore tempo. Infatti per arrivare all’avvio di una centrale nucleare pare servano circa 15-20 anni (altrove sono stati sufficienti 10 anni ma i tempi italiani sembra siano altri…). Per farla dunque è necessaria una certa stabilità politica ovvero serve che tutti gli schieramenti politici del Paese siano convinti a realizzare un simile progetto che altrimenti si bloccherebbe. Altra cosa: uno dei motivi per cui si parla di nucleare è la possibilità di essere indipendenti soprattutto nell’attuale situazione di emergenza energetica. Come si concilia l’emergenza con un periodo di 15-20 anni? 

Una domanda sorge a questo punto spontanea: è realistico immaginare uno scenario del genere in un paese come l’Italia in cui ad ogni cambio di maggioranza parlamentare vengono regolarmente cancellate quasi tutte le leggi fatte dal precedente?C’è un privato disposto a rischiare il proprio capitale in questa situazione d’incertezza? 

L’ultima domanda, peraltro, ci porta dritti al punto: quanto conviene economicamente il nucleare? E’ davvero un grande affare?
Stando a sentire gli analisti di Citigroup, forse no. Loro stessi infatti individuano cinque grosse incognite per i privati impegnati a realizzare una centrale nucleare: si chiamano Planning, Construction, Power Price, Operational, and Decommissioning. Secondo la più grande azienda di servizi finanziari al mondo dunque, qualsiasi azienda che s’imbattesse in un’impresa del genere troverebbe difficoltà a gestire da sola le attività di costruzione, i costi fluttuanti dell’energia ed i problemi operativi che una nuova centrale comporterebbe.
Non esattamente un investimento sicuro con rendimento certo.
Pare ovvio che, se, a questo punto si volesse davvero realizzare una centrale nucleare in Italia, l’unica alternativa è ricorrere ai contributi statali poiché
, come ricorda l’amministratore delegato di Enel Fulvio Conti,  “il ritorno al nucleare è un “progetto-Paese.

Infatti il decreto legislativo n. 31 del 15 febbraio 2010 fa capolino l’articolo 17 che così recita:

“Entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, con decreto del Ministro dello sviluppo economico di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze sono individuati gli strumenti di copertura finanziaria ed assicurativa contro il rischio di ritardi nei tempi di costruzione e messa in esercizio degli impianti per motivi indipendenti dal titolare dell’autorizzazione unica, con esclusione per i rischi derivanti dai rapporti contrattuali con i fornitori che rimangono in capo al titolare stesso.”

Questo ovviamente ovviamente significa che in sostanza per ogni motivo indipendente dalle imprese che costruiranno una centrale nucleare, il governo rimborserà con soldi pubblici le relative spese.
A scanso di equivoci, non stiamo parlando di fantascienza: in Finlandia per il progetto di centrale nucleare “Olkiluoto 3” erano previsti quattro anni di lavori con scadenza nel 2009 e 3,2 miliardi di euro di costi. Ad oggi quella che sta diventando una vera impresa non è ancora terminata (si pensa al 2013) ed i costi sono ormai raddoppiati. Vedi video a fianco.

In Finlandia tutto ciò però per via della clausola “chiavi in mano/prezzo fisso” va a carico del costruttore.
In Italia invece è stato addirittura varato quel decreto legislativo di cui ho già parlato per dire che saremo noi, tramite il bilancio dello Stato, a farci carico della differenza.  Senza contare i vari ritardi: una Salerno-Reggio Calabria con aggiuntivo rischio atomico.
Il tutto sulle spalle del cittadino. A proposito di non mettere le mani nelle tasche dei cittadini…

In una parola? GE-NI-ALE.

Un vero affare quindi. Per chi? Per le imprese stesse, ovviamente. Ritorna dunque lo scenario già visto con il Ponte sullo Stretto di Messina. A favore dei privati, s’intende.

Un’assicurazione da favola.

A proposito di sicurezza e questione ambientale: la collocazione migliore, al di là dei discorsi sulla sismicità, si colloca in aree non densamente popolate. Questo perché l’area di sicurezza consigliata per sottrarsi il più possibile a gravi rischi di una contaminazione nucleare pare essere di circa 80 chilometri quadrati. Ciò costituisce un altro problema: l’Italia infatti è un paese che ha una densità abitativa molto elevata. Certo niente a che vedere col Giappone però mettere una centrale nucleare in Sardegna servirebbe davvero a pochi cioè a nessuno. O quasi.
Altra cosa: quale sarà la sistemazione delle scorie nucleari visto che non esistono sistemi di smaltimento sicuri e definitivi? Verranno interrate coprendo tutto con il cemento e sperando che tutto vada bene?

L’energia nucleare viene definita a costo zero. Tuttavia, scorie a parte, non è esattamente così: l’uranio ha un costo poiché in natura esso è limitato. Stante le migliori previsioni, tra 40-50 anni sarà destinato ad esaurirsi. E poi? Ah già poi bisogna anche smaltire l’acqua utilizzata per far “bollire” le molecole di uranio e produrre energia. Acqua ovviamente tossica.Inoltre, dove troveremo i miliardi di euro di denaro pubblico destinati probabilmente a far fronte ai costi legati ad esempio ai ritardi?Dal bilancio dello Stato aumentando un debito pubblico già pari ad oltre 1800 miliardi di euro e per cui paghiamo interessi a pari a 30 miliardi di euro l’anno? 
Infine, a pagare saranno coloro che, avendo investito in questi ultimi anni in forme di energia rinnovabile, resteranno con il cerino in mano?

In fin dei conti, forse è davvero meglio lasciar perdere…Pensandoci non pare poi tutto così bello e dorato…

P.S. Se ci fate caso, il Forum Nucleare Italiano, cioè l’associazione formalmente no-profit che sostiene il dibattito nucleare italiano, è composto da tutte le grandi aziende coinvolte nel futuro business del settore.

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