Stabilicum: la legge che svuota il voto

Mano di bronzo che tira fili dorati sui seggi del Parlamento; testo: le regole del voto si difendono per chi vota, non si scrivono per chi comanda: gli elettori restano col cerino in mano

C’è un modo molto elegante per cambiare il funzionamento di una democrazia parlamentare senza dare l’impressione di toccarla davvero. Si lasciano al loro posto le parole, le procedure, gli organi costituzionali e persino i riti istituzionali. Il Parlamento continua a chiamarsi Parlamento, il Presidente della Repubblica conserva formalmente le sue prerogative, il Governo continua a chiedere la fiducia e gli elettori continuano ad andare alle urne. Tutto sembra restare dove deve stare. Poi però, quando si guarda al modo in cui il potere viene prodotto, distribuito e trattenuto, ci si accorge che qualcosa è cambiato: il voto pesa meno, i capi partito pesano di più, il Parlamento diventa meno autonomo e la maggioranza nasce sempre meno dal Paese reale e sempre più dal congegno costruito dalla legge.

È questo, in fondo, il nodo dello Stabilicum. Non siamo davanti a una semplice legge elettorale da discutere come se fosse materia per tecnici, né a un normale aggiustamento del sistema di voto. Siamo davanti a un meccanismo che viene presentato come risposta al problema della stabilità, ma che rischia di produrla al prezzo di una rappresentanza più povera. La stabilità, naturalmente, è un obiettivo legittimo, perché nessun Paese può permettersi governi fragili, maggioranze continuamente esposte alla crisi o legislature passate a inseguire emergenze politiche permanenti. Ma proprio per questo va presa sul serio, senza trasformarla in una formula capace di giustificare qualsiasi compressione del voto.

La domanda vera, quindi, non è se la stabilità sia importante, perché lo è. La domanda è quale stabilità si vuole costruire, con quali strumenti e soprattutto a danno di quali equilibri. Se per avere un Governo più forte si finisce per rendere più debole il Parlamento, se per ottenere una maggioranza più solida si altera troppo il rapporto tra voti e seggi, se per semplificare il risultato elettorale si riduce il potere di scelta dei cittadini, allora la stabilità smette di essere una garanzia democratica e diventa il nome rassicurante di una concentrazione di potere.

Una legge elettorale non serve semplicemente a produrre una maggioranza, ma a trasformare il voto dei cittadini in rappresentanza parlamentare. È attraverso quella legge che si decide quanto il voto peserà nella composizione delle Camere, quanto sarà fedele il rapporto tra consenso e seggi, e soprattutto se l’elettore potrà scegliere davvero i propri rappresentanti o se dovrà limitarsi a votare un simbolo, lasciando ad altri la scelta delle persone chiamate a sedere in Parlamento. Quando si interviene su una legge elettorale, dunque, non si sta regolando un dettaglio amministrativo del sistema politico, ma si sta toccando il punto di contatto tra sovranità popolare e istituzioni. È per questo che lo Stabilicum va letto nel suo insieme, non come una somma di singoli meccanismi.

Presi uno per uno, il premio di maggioranza, le liste bloccate e l’indicazione preventiva del candidato alla Presidenza del Consiglio possono anche essere raccontati come strumenti tecnici. È quando li si guarda insieme, però, che emerge la direzione politica della proposta: spostare peso dagli elettori ai capi partito, dal Parlamento al Governo, dalla rappresentanza alla governabilità costruita per legge. La democrazia parlamentare resta formalmente al suo posto e la Costituzione non viene riscritta in modo esplicito, ma il funzionamento concreto del sistema cambia, perché la legge elettorale finisce per orientare diversamente i rapporti tra cittadini, Camere, esecutivo e Quirinale.

Il cuore della proposta è il premio di maggioranza. La lista o coalizione più votata, se raggiunge almeno il 42% dei voti validi in entrambe le Camere, può ottenere 70 deputati alla Camera e 35 senatori al Senato, entro un tetto massimo complessivo. Il punto decisivo, però, non è soltanto il numero dei seggi assegnati, ma la base su cui quel premio viene calcolato. Quel 42% non corrisponde alla maggioranza assoluta degli elettori, né al 42% degli aventi diritto al voto: è una percentuale calcolata solo su chi è andato alle urne e ha espresso un voto valido.

In un Paese in cui l’astensione è ormai una delle questioni democratiche più serie, questa distinzione non appartiene ai dettagli da addetti ai lavori, ma alla sostanza politica della riforma. Se il premio scatta, una quota di voti validamente espressi può trasformarsi in una forza parlamentare molto più ampia del consenso effettivamente raccolto nel Paese. Il problema, quindi, non è che i voti degli altri elettori scompaiano o non producano alcuna rappresentanza. Il problema è che, nel confronto con i voti attribuiti alla coalizione premiata, quei voti diventano meno efficaci nella conversione in seggi: continuano a contare, ma contano meno nel determinare i rapporti di forza dentro il Parlamento.

Questo non significa che ogni premio di maggioranza sia sempre e comunque incompatibile con la Costituzione. Sarebbe una scorciatoia polemica e non aiuterebbe a capire il punto. Il problema è verificare se quel premio sia ragionevole, proporzionato e compatibile con l’eguaglianza sostanziale del voto. Una cosa è favorire la formazione di una maggioranza politica, altra cosa è trasformare una maggioranza relativa in una maggioranza parlamentare fortemente rafforzata, soprattutto quando lo scarto tra le forze in campo può essere politicamente contenuto.

Se una coalizione arriva al 42% e un’altra si ferma al 40% o al 38%, nel corpo elettorale la distanza può essere relativamente limitata. In Parlamento, invece, attraverso il premio, quella distanza può diventare molto più larga. Il voto di chi sostiene la coalizione premiata produce un effetto maggiore nella trasformazione in seggi, mentre il voto degli altri non viene cancellato, ma diventa meno efficace nella sua capacità di tradursi in rappresentanza.

La distorsione sta proprio qui: non nel voto negato, ma nel voto reso meno efficace nella sua capacità di trasformarsi in rappresentanza. Il voto degli elettori che non sostengono la coalizione premiata resta valido, contribuisce comunque all’elezione di parlamentari e non viene cancellato; tuttavia, rispetto ai voti della coalizione vincente, produce un rendimento parlamentare inferiore. È questo il punto politico: non tutti i voti vengono trasformati in seggi con la stessa forza.

Il meccanismo conserva l’apparenza della normalità, perché tutti votano e tutti i voti vengono contati. Però non tutti i voti producono lo stesso effetto politico. Alcuni contribuiscono a costruire una maggioranza parlamentare rafforzata, altri vengono assorbiti in una rappresentanza proporzionalmente più debole. È una differenza che può sembrare tecnica, ma in realtà è profondamente politica, perché decide quanto vale il voto di chi non vince e quanto potere parlamentare può ottenere chi vince senza rappresentare la maggioranza assoluta degli elettori.

La promessa, naturalmente, è la governabilità. Ma anche questa promessa, guardata senza l’enfasi degli slogan, appare meno solida di quanto sembri. Lo Stabilicum funziona infatti come una legge a due facce: se la soglia del 42% viene raggiunta, il premio scatta e la rappresentanza viene compressa; se quella soglia non viene raggiunta, il premio non scatta e il sistema torna sostanzialmente proporzionale. Questo significa che quando la legge produce l’effetto maggioritario, lo produce alterando il rapporto tra consenso e seggi, mentre quando non lo produce non garantisce la stabilità che promette.

Non siamo davanti a un vero sistema maggioritario e non siamo nemmeno davanti a un proporzionale lineare. Siamo davanti a un proporzionale con premio eventuale, capace di generare una maggioranza artificiale oppure di restituire un quadro frammentato. È una costruzione che vende certezza, ma dipende interamente dal superamento di una soglia; promette stabilità, ma può non produrla; invoca la rappresentanza, ma la corregge pesantemente quando quella soglia viene superata. A quel punto viene spontaneo chiedersi se l’obiettivo principale sia davvero migliorare il rapporto tra cittadini e Parlamento o se non sia piuttosto rendere più conveniente, per chi oggi governa, l’attraversamento delle prossime elezioni.

Ancora più concreto è il problema delle liste bloccate. Qui non serve entrare in grandi architetture costituzionali, perché il punto è immediato: l’elettore vota, ma non sceglie davvero i propri rappresentanti. I candidati vengono collocati in lista secondo un ordine deciso dai partiti, e quell’ordine determina chi avrà più possibilità di entrare in Parlamento e chi invece resterà fuori. Il cittadino può approvare o respingere il pacchetto, ma non può incidere sulla composizione effettiva della rappresentanza. Partecipa formalmente, ma nella sostanza ratifica una scelta già compiuta altrove.

Questo meccanismo rafforza le segreterie e indebolisce il rapporto tra eletto ed elettore. Un parlamentare eletto perché collocato in una posizione utile sa bene a chi deve la propria elezione. Non anzitutto al rapporto costruito con i cittadini, ma alla decisione di chi lo ha inserito nel posto giusto. Naturalmente questo non significa che ogni parlamentare eletto con liste bloccate sia privo di autonomia o qualità politica; sarebbe una semplificazione ingiusta. Il problema non riguarda le persone, ma gli incentivi prodotti dal sistema. Una buona legge elettorale dovrebbe spingere gli eletti a rispondere agli elettori, non soltanto ai vertici del partito; dovrebbe costruire responsabilità verso il basso, non dipendenza verso l’alto.

In una fase storica segnata da astensionismo, sfiducia e distanza crescente tra cittadini e istituzioni, la risposta dovrebbe essere l’esatto contrario. Se si vuole ricostruire un rapporto tra elettori e Parlamento, bisogna restituire agli elettori una quota reale di scelta. Lo Stabilicum, invece, consolida un modello nel quale l’elettore vota un simbolo, mentre la parte decisiva della rappresentanza viene decisa prima e altrove. È una democrazia ordinata nelle forme, ma impoverita nella sostanza: il cittadino viene chiamato alle urne, però i nomi di chi lo rappresenterà sono già stati selezionati.

Per questo il tema delle preferenze non può essere trattato come una questione laterale o come una bandierina da sventolare a seconda della convenienza del momento. Le preferenze non sono una soluzione miracolosa e non bisogna raccontarle come se lo fossero. Possono avere difetti, alimentare competizioni interne, personalismi, reti di potere locali e dinamiche opache. Nessun sistema elettorale è puro e nessuno è immune da distorsioni. Ma se si costruisce un sistema proporzionale e si eliminano i collegi uninominali, il problema della scelta dei candidati diventa inevitabilmente centrale.

Nei collegi uninominali l’elettore sceglie almeno una persona in un territorio. Quel rapporto può funzionare bene o male, può essere reale o debole, ma esiste. In un proporzionale con liste bloccate, invece, quel rapporto viene quasi interamente sostituito dalla decisione delle segreterie. In questo contesto le preferenze non sono un lusso democratico, ma uno strumento necessario per restituire agli elettori una parte reale del potere di scelta. Senza preferenze, il proporzionale rischia di diventare una macchina efficiente per nominare parlamentari dall’alto.

La differenza è enorme, perché cambia la natura della rappresentanza. Non è più il cittadino che sceglie il proprio rappresentante, ma il partito che sceglie chi dovrà rappresentare il cittadino. Naturalmente l’elettore potrà sempre scegliere una lista, ma non potrà intervenire sulle persone che quella lista porterà in Parlamento. E il Parlamento, in una democrazia parlamentare, non dovrebbe essere il luogo in cui si siedono i fedeli dei capi, ma il luogo in cui si rappresenta il Paese, con tutte le sue divisioni, le sue complessità e i suoi conflitti.

Il terzo punto critico riguarda l’indicazione preventiva del candidato alla Presidenza del Consiglio. Anche qui occorre essere precisi, perché la critica è più forte quando non eccede. La proposta non introduce formalmente l’elezione diretta del Presidente del Consiglio: il Presidente della Repubblica conserva le prerogative previste dalla Costituzione e il Parlamento continua a votare la fiducia. Sul piano formale, dunque, la forma parlamentare resta intatta. Ma le istituzioni non vivono soltanto di formule scritte; vivono anche degli effetti politici che quelle formule producono nella realtà.

Se le coalizioni devono indicare prima del voto il candidato alla Presidenza del Consiglio, se quel nome diventa il centro della campagna elettorale e se il premio di maggioranza rafforza la coalizione che lo sostiene, allora l’elezione del Parlamento viene caricata di un significato ulteriore. Non si vota più soltanto per eleggere le Camere, ma anche per investire politicamente il capo della coalizione vincente. Il Presidente della Repubblica resta formalmente libero, ma viene collocato dentro una pressione politica molto più forte, perché la sua scelta rischia di apparire non come esercizio di una prerogativa costituzionale, ma come presa d’atto di una decisione già assunta dagli elettori.

È qui che si intravede il premierato di fatto. Non si tratta di un premierato scritto nella Costituzione, discusso apertamente davanti al Paese e approvato attraverso il procedimento previsto per le riforme costituzionali. Si tratta piuttosto di una trasformazione indiretta, prodotta attraverso la legge elettorale e quindi meno visibile, ma proprio per questo più insidiosa. Se si vuole cambiare la forma di governo, bisogna dirlo apertamente, aprire una discussione costituzionale e passare dalle procedure previste dalla Carta. Quello che non dovrebbe accadere è usare una legge ordinaria per produrre effetti simili a quelli di una riforma costituzionale, senza chiamarla tale.

Il Presidente della Repubblica non può essere ridotto al ruolo di notaio della coalizione vincente, così come il Parlamento non dovrebbe diventare una camera di ratifica e il voto di fiducia non dovrebbe trasformarsi in una formalità successiva alla sera delle elezioni. Sono passaggi che servono a preservare l’equilibrio tra i poteri, non ostacoli da aggirare in nome della velocità. Se vengono svuotati nella sostanza pur lasciandoli intatti nella forma, la Costituzione non cambia nelle sue parole, ma viene forzata nel suo funzionamento. È proprio questa la parte più delicata: non la rottura dichiarata, ma la torsione progressiva.

Il disegno complessivo dello Stabilicum appare dunque abbastanza chiaro. Una coalizione può ottenere un premio rilevante, i parlamentari vengono scelti in larga parte attraverso liste bloccate, il candidato alla Presidenza del Consiglio viene indicato prima del voto e il Parlamento nasce politicamente vincolato a un assetto già costruito fuori dalle Camere. Il risultato è un Parlamento meno autonomo, non meno esistente ma meno decisivo. Non lo si abolisce, lo si rende più docile; non lo si cancella, lo si trasforma in un luogo dove un indirizzo già definito trova la sua traduzione numerica.

Nella forma parlamentare, gli elettori eleggono il Parlamento, dal Parlamento nasce la maggioranza, dalla maggioranza nasce il Governo e il Presidente della Repubblica svolge una funzione di garanzia e di equilibrio. Con lo Stabilicum questa sequenza tende a rovesciarsi: la coalizione viene costruita prima, il capo viene indicato prima, le liste vengono predisposte prima e il premio viene organizzato dentro un impianto già orientato. Solo alla fine arrivano gli elettori, chiamati a confermare un assetto che, nella sua parte decisiva, è stato già disegnato. Il Parlamento, così, non è più pienamente il luogo in cui la rappresentanza produce indirizzo politico, ma diventa il luogo in cui un indirizzo già definito viene trasformato in numeri.

Questa è la trasformazione più rilevante. Un Parlamento più docile può anche rendere il Governo più forte, ma non rende necessariamente più forte la democrazia. La democrazia costituzionale non serve soltanto a decidere rapidamente; serve anche a impedire che il potere si concentri troppo facilmente. Serve a garantire controllo, pluralismo, mediazione e responsabilità. La velocità può essere utile, certo, ma non è un valore superiore alla rappresentanza. Se l’unico criterio diventa semplificare la decisione, allora tutto ciò che limita il potere finisce per apparire come un fastidio.

C’è poi una questione di sistema che va trattata senza allarmismi, ma anche senza ingenuità. Una maggioranza parlamentare rafforzata da un premio può incidere non soltanto sulla formazione del Governo, ma anche sugli equilibri istituzionali più delicati. Molto dipende dai numeri concreti, dai quorum, dai rapporti politici e dalle dinamiche parlamentari; non bisogna trasformare ogni possibilità in certezza. Tuttavia sarebbe ingenuo ignorare che una legge elettorale capace di produrre una forza parlamentare superiore al consenso effettivo ricevuto nel Paese può riflettersi anche sulle scelte che riguardano gli organi di garanzia chiamati a bilanciare il potere politico.

Gli organi di garanzia servono proprio a ricordare che chi vince non diventa proprietario delle istituzioni. Per questo il premio di maggioranza non può essere valutato soltanto contando i seggi. Non basta chiedersi quanti posti produce in Parlamento; bisogna chiedersi quale equilibrio istituzionale genera. Una legge elettorale non distribuisce soltanto seggi, distribuisce potere. E quando distribuisce potere in misura molto superiore al consenso effettivo raccolto nel Paese, il problema non può essere liquidato come una questione tecnica.

Anche il metodo ha un suo peso. Cambiare le regole elettorali quando le elezioni si avvicinano è sempre una scelta delicata, non perché sia impossibile intervenire, ma perché le regole del gioco democratico dovrebbero avere una stabilità e una condivisione maggiori rispetto alla convenienza della maggioranza di turno. In questo caso la responsabilità politica della destra di governo è evidente. Non perché una maggioranza non possa proporre una legge elettorale, ma perché il contenuto della proposta va nella direzione di rafforzare chi governa, ridurre il potere di scelta degli elettori, conservare il controllo sulle candidature e spostare l’equilibrio verso l’esecutivo.

Lo Stabilicum, insomma, non è una manutenzione ordinaria del sistema elettorale. È un progetto di riequilibrio del potere, e quel riequilibrio va tutto nella stessa direzione: verso il Governo, verso i capi partito, lontano dal cittadino elettore. Per questo va respinto nel merito. Non perché la stabilità non conti o perché la governabilità sia un falso problema, e nemmeno perché ogni sistema corretto da elementi maggioritari sia automaticamente illegittimo. Il punto è che qui la combinazione dei meccanismi produce un effetto complessivo contrario a ciò di cui oggi avrebbe bisogno la democrazia italiana.

Il Paese è già attraversato da un astensionismo sempre più alto, da una distanza crescente tra eletti ed elettori, da partiti spesso chiusi intorno ai propri vertici e da un Parlamento che fatica a reggere il peso dell’esecutivo. Una legge elettorale dovrebbe provare a curare queste fratture, non ad approfondirle, rimettendo il cittadino al centro del voto, rendendo più riconoscibile il rapporto con chi lo rappresenta e restituendo al Parlamento la funzione che dovrebbe avere: non quella di appendice numerica di una maggioranza costruita per legge, ma quella di luogo vivo della rappresentanza democratica. Lo Stabilicum, invece, sembra muoversi nella direzione opposta: conserva le liste bloccate, rafforza i capi partito, rende il Parlamento più dipendente da una maggioranza costruita per legge e rischia di far percepire il voto come un passaggio sempre meno decisivo.

La direzione dovrebbe essere opposta: un sistema proporzionale con preferenze. Proporzionale, perché il Parlamento deve rappresentare il pluralismo reale del Paese, non una semplificazione costruita in laboratorio. Con preferenze, perché i cittadini devono poter scegliere le persone chiamate a rappresentarli, non soltanto un simbolo, un capo o una coalizione. Nessuna legge elettorale può, da sola, salvare la democrazia, perché servono partiti migliori, classi dirigenti più credibili, partecipazione, cultura politica e responsabilità istituzionale. Ma una legge elettorale può almeno smettere di peggiorare il problema, restituendo peso al voto, ricucendo il rapporto tra cittadini ed eletti e ridando centralità a un Parlamento che oggi appare troppo spesso schiacciato sull’esecutivo.

La priorità dovrebbe essere questa: mettere il cittadino nella condizione di scegliere davvero i propri rappresentanti e costruire un Parlamento che rappresenti il Paese, non soltanto la convenienza politica di chi scrive le regole. Perché la stabilità può essere un obiettivo legittimo, ma la democrazia comincia prima: dal voto che conta, dagli elettori che scelgono e da un Parlamento che rappresenta.

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Alberto Fileti
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